giovedì 11 giugno 2015

'Nnamorasse
A sta 'nsieme n'ce vol tanto: basta na simpatia, na carineria, senza nissun pianto. A fa l'amore pu en boni tutti, è naturale, passà le giornate cussì a scappà e a sta bene, anche quill'è normale. Massì, gni tanto na litigata, ce se passa sopra e pace fatta, e l'giorno dopo è come quillo prima: "tutt'a posto, tutto bene via e che ce vol fa la vita è così, alti e bassi". Senza nessun "se", senza nessun "ma", quando è rosso stè fermo e quand'è verde passi.
A 'nnamorasse 'nvece è n'altro discorso, qui te ce vojo, nn è come quillo che dice "tanto n'do cojo cojo". C'è anche chi pensa che l'compagno l'ha da sceglie e 'nvece no! Si te 'nnamori nn ve a fa la spesa. "Ta me che me serve? bello, alto, possibilmente moro, pu na cassetta de pomodori, du etti de prosciutto e na fetta de Camoscio d'oro". E noe, l'amore nun se sceglie, l'amore vien da se. Certo che si nn'alzi manco la testa quando cammini n'vedi manco dua vè. È da sta sveglio, attento, ma no co la testa, col core!! Allora capisci quel che te fa sta bene per davvero, quil che tu a spiegallo manco nn'el se, ecco, quill'è l'amore.

domenica 7 giugno 2015

Attendo il tuo arrivo cambiando di continuo la posizione del corpo con la quale mi vedrai, mi guardo intorno cercando di capire se nel frattempo sei arrivata, ma ancora non ci sei e cambio ancora una volta posizione. Poi eccoti, finalmente incroci il mio sguardo da lontano accennando un sorriso e mentre ti avvicini fai finta di essere stata attratta da un qualcosa nella vetrina accanto a te. Un bacio senza guardarmi negli occhi ed entriamo nel bar, i soliti convenevoli mentre ordiniamo due birre, la stessa anche per me. 
Ci sediamo ed ho la possibilita di guardarti dritto negli occhi restando piacevolmente colpito dalla sottigliezza delle tue labbra. A volte sei sfuggente con lo sguardo ma mai con le parole che concordano sempre con le mie. Il mio corpo si rilassa  perchè non vorrebbe essere altrove, non è nemmeno preoccupato se farà tardi o meno ed è tutto cosi silenzioso nonostante la musica ed il chiacchiericcio di fondo degli altri clienti del bar. 

martedì 12 maggio 2015

Non puoi capì com’è: una principessa Andrè.
Dai ma smettila, ma quando vi vedete?
Sta sera Andrè, sta-se-ra! Oddìo non vedo l’ora.
Ma na miseria, manco fosse la Madonna.
E infatti è meglio, ma poi quando me guarda in quel modo io, io non me reggo in piedi.
Non mi sembra che non ti reggi in piedi, sta fermo! Stai calmo un attimo e famme un favore: mettete seduto.


Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì.
Non mosse una sola vertebra. Accucciato così com’era riusciva soltanto a vedere quelle enormi zampe a quattro artigli.
Era pronto a scappare.

«Pallino ma dove ti sei andato a cacciare?»
Era sotto al divano, terrorizzato.

giovedì 7 maggio 2015

Volevo provare a indossare un paio di ali
che mi facessero volare via da qui
eppure sembrava più semplice 
ma quando ti trovi senza un complice
non si ottiene amore ma solitudine che mi
distrugge e svuota dentro se non ami.

Il Lattaio di Springcreek


"Signora Milller buongiorno, come sta?"
"Bene grazie, e tu?"
"Mai stato meglio. Ecco a lei, glie lo appoggio qui, fresco e di prima mungitura, sempre la migliore"
"Perfetto così oggi faccio anche un dolce e domattina te lo faccio assaggiare"
"Lei lo sa signora che quando si parla di dolci non so proprio rifiutare" 

Il buongiorno si vede dal mattino e per il lattaio nonostante la fatica era sempre un buon mattino. 
Si alzava alle quattro, prendeva il secchio di latta e si metteva lì, con santa pazienza a mungere le vacche una per una, sette in tutto, per un totale di centoquaranta litri di latte. Il paesino a valle non era molto grande, una cinquantina di famiglie e tutte e cinquanta, chi i giorni pari e chi i giorni dispari, venivano rifornite del latte della fattoria.

Qualche metro prima di arrivare dava sempre due strombazzate con la trombetta posizionata sulla bicicletta con cui trainava il carro:
"Mamma è arrivato il latte posso andare a prenderlo io oggi?"
"No vado io, tu ci sei già andato ieri" rispondeva il fratello più piccolo.
"Su via non fate così, andateci tutte e due e senza corre.."
Non feceva mai in tempo a pronunciare l'ultima parola che i bambini si fiondavano sempre come fulmini per andargli incontro.
"Questo è per te, e questo è per te, è un latte magico e se lo berrete tutti i giorni diventerete forti come me" gli raccontava.

L'ultimo ad essere servito era sempre il Professor Peaton, celibe, vecchio e di poca confidenza.
"Professore come sempre a lei non mi azzardo a suonare la trombetta, non vorrei farla incazzare più di quanto già non lo sia"
"Tu si che sei l'unico che ha un minimo di rispetto per i vecchi come me, ah, si stava.."
"..si stava meglio quando era peggio" completava sempre la solita frase.
“Ed ecco anche a lei, una buona dose di latte, ma che è magico lo sapeva?! mette di buon umore persino i vecchi scorbutici come il mio caro Pitone ” e se ne andava dando sempre una strombazzata più forte di tutte le altre, lasciando con una smorfia di sorriso anche il vecchio Professore.

sabato 25 aprile 2015

La Stanza

Chiudendo la porta accese la luce, appena due passi e si lanciò sul letto, il cuscino in quei momenti se lo lasciava appoggiato sopra gli occhi. Di scatto diede un pugno al materasso pronunciando con rabbia quella parola la maestra aveva bandito a tutta la classe: << Stronza!..>>. Dopo aver pianto per qualche secondo, se lo tolse dagli occhi e si calmò: le calde travi in larice sorreggevano i freddi mattoni con un leggera inclinazione a spiovente che dal lato più basso della stanza permetteva ad Andrea di toccare il soffitto con la mano. Andrea scese dal letto scivolando sul bordo con la schiena e si sdraiò per giocare da solo sul morbido tappeto di Spiderman che sua nonna gli aveva regalato per natale. 

Matilde si fermava sempre a giocare da lui il pomeriggio e spesso finivano per litigare: <<Dai facciamo che io sono la principessa e tu il mio principe>> gli aveva detto Matilde. Ad Andrea non piaceva fare il principe, non voleva sottomettersi a tutte quelle smancerie. <<No, io sono un guerriero così se arrivano i nemici io li anniento tutti>> sferrando i pugni nell’aria. Così lei era corsa da sua mamma che provò a convincere Andrea che avrebbe dovuto fare il principe perché Matilde era la più bella bambina della classe, ma lui dopo aver rifiutato un paio di volte l’offerta si mise a correre su per le scale chiudendosi arrabbiato nella la sua stanza. 


Chiudendo la porta accese la luce, appena due passi e si lanciò sul letto, il cuscino in quei momenti se lo lasciava appoggiato sopra gli occhi. Sentiva un vuoto nella pancia, ma non era fame, era lo sguardo di lei che sull’uscio della porta di casa gli aveva tolto il respiro. Matilde quel pomeriggio gli aveva detto:<< Senti Andrea, ti devo dire una cosa: mi vedo con un ragazzo, si chiama Francois, ha trentadue anni>>. Andrea era tornato da pochi giorni dal suo viaggio e non vedeva l’ora di rivederla per riportarle quella pietra rara che aveva trovato in una bancarella di collane al porto di Springtown. 
Si mise a sedere sul bordo del letto, con i piedi scalzi che poggiavano sul tappeto che si era comprato con i soldi del suo primo stipendio, allungò la mano e accese lo stereo a tutto volume. Poi si alzò per andarsi a fare una doccia, scordandosi che si sarebbe dovuto inchinare da quella parte della stanza dove il tetto era più basso, dando una testata proprio sullo spigolo della trave: << Cazzooo, cazzooo..>> disse dando un pugno al legno senza però farsi del male. 

Chiudendo la porta accese la luce, appena due passi e si lanciò sul letto, il cuscino in quei momenti lo metteva da parte, preferiva restare appoggiato con la testa sul materasso. Il suo sguardo stanco si era fissato sulla venatura di una trave, non ricordava di averla mai vista prima. Rimase per qualche minuto a pensare agli anni che erano trascorsi, a quante stagioni a quante notti e quanti giorni quelle travi avessero resistito. Dopo tutti quegli anni svolgevano alla perfezione lo scopo per le quali erano state disegnate: offrire riparo alla stanza di Andrea.   Sentì vibrare la tasca destra dei pantaloni, era una telefonata di lavoro una di quelle di poca urgenza. Così lasciò cadere il telefono che fece un rumore sordo sullo scendiletto di lana irlandese. Lasciò la mano rilassata con il palmo all'insù poggiare sul bordo del letto, passarono due secondi che il suo braccio fece uno scatto ritraendosi per attimo, era Giorgio. 
Giorgio era sempre affettuoso e coccolone quando Andrea rincasava la sera. Aveva quel modo di fare che bastava abbracciarlo per sentirsi amati nonostante lasciasse un quantitativo innumerevole di peli addosso. Giorgio era un bellissimo Golden Retriver bianco-arancio, Andrea lo aveva preso otto anni prima in un canile il giorno in cui aveva saputo che Matilde era incinta del piccolo Marcel, figlio di Francois.
<<Buono bello, stai giu..>>. Non si attardò poi di molto neanche Sara che spuntò con il suo angelico viso dalla porta. Sara era sospesa in aria e rideva come una matta, la mano che le sorreggeva il busto era intrecciata con quella su cui poggiava il suo pannolino. Erano le mani di Matilde. <<Mamma, quando si mangiaaa? >> urló Marcel dall'altra stanza.


Chiudendo la porta accese la luce, appena due passi e si sdraiò sul letto sussurrandole dolcemente <<Buonanotte>>. Appoggiandosi a fianco al suo viso le diede un bacio senza svegliarla, si addormentò respirando il suo stesso respiro.

domenica 19 aprile 2015

Fred si era appena reso conto di essersi svegliato ma non aveva ancora aperto gli occhi. Quando li aprì realizzò che era mattino, dovevano essere le sette e qualcosa, troppo presto per alzarsi.
Era invece un buon mattino per essere seri, fuori della finestra tutto era ancora silenzioso e tranquillo, le nuvole senza identità annunciavano una giornata priva di incontri, senza particolari eventi e accadimenti. Tutt’altro invece annunciava lo stomaco di Fred, vuoto, affamato, un po indisposto da quella birra in più con cui aveva concluso  la scorsa serata dopo aver rivisto Melanie.
Erano mesi che non la vedeva, eppure nulla sembrava essere cambiato. Fred era uscito con i soliti amici a bere al solito posto. Faceva freddo. Entrò un gruppo di ragazzotti di poche pretese, erano abbastanza ubriachi da non accorgersi della tranquillità che si respirava in quel locale, tant’è che tutti si girarono quando varcarono la soglia dell’ingresso. Assieme a loro due ragazze, una di loro era Melanie. Quando gli occhi di Fred si accorsero della sua presenza, si sentì come mancare, gli mancò il respiro, come l’ultima volta, come sempre. Allora decise che una birra ci voleva, forse due, forse tre.
Fred non aveva mai nulla da dire finché non toccava un goccio di caffè, e quel mattino fece come sempre: i suoi movimenti ripetevano da anni quella stessa sequenza di mosse, poi accese la fiammella del gas e li il suo sguardo si perse. Tutto se stesso era immerso in quel momento in cui la sera precedente aveva riassaporato la dolcezza dei suoi occhi, così profondi. Nel rivivere quell’emozione sentì un forte dolore al petto accentuato da un respiro strozzato e secco. Il caffè era già pronto. Lo versò nella tazzina di porcellana che aveva conservato da che era morta sua nonna. Il primo sorso propagò un calore lungo tutto il corpo, istantaneo ma altrettanto fugace che ne fece un altro, poco dopo, assaporandone tutto l’amaro. Al terzo sorso la tazzina cominciava a scarseggiare, il quarto ed il quinto furono più brevi e veloci. Fred di colpo alzo gli occhi e con un solo sguardo si allontanò da quel pensiero da cui era stato catturato, tornò con la sua attenzione nel presente, il suo corpo si fece più leggero e tornò a respirare con regolarità. Con il sesto sorso finì la tazzina, la ripose nel lavello. In quell’attimo sentì il bisogno di scrivere.

giovedì 16 aprile 2015

Credevo fosse un libro o un manoscritto, si un manoscritto, uno di quei reperti antichi introvabili tanto preziosi quanto noiosi per chi non se ne interessa e tantomento se ne intende, ed invece era un semplice mattone. 
Bene, pensai, già mi trovo più a mio agio con un mattone, si confà di più alla mia mano, tanto ruvida quanto la rugosità di quel blocco spigoloso. Le cose pesanti poi in fondo mi piacciono, hanno carattere, per di più il mattone, quel mattone aveva anche un bello spessore. Si, mi sento proprio a mio agio ad iniziare un corso di scrittura con un bel discorso filosofico-metaforico, in fondo è così che mi sento: un saggio e pesante mattone che quando lo si lascia si avverte subito quella sensazione di leggerezza. Vorrei che si prendessero i miei libri proprio come quel mattone, bisogna avere i muscoli e l'equilibrio per sostenerli, bisogna apprezarne il colore, la superficie, la pesantezza per capire che uno di questi sostiene un peso enorme, un peso che qualsiasi altra forma, di altra fattezza e di altra struttura si spezzerebbe.
 Nel pormi una domanda mi do anche una risposta. Chi mai sceglierebbe di incominciare a leggere un libro che parla di un mattone? Forse solo quelle persone che ne sono capaci di comprenderlo ed amarlo per la sua filosofia e per la sua essenza o forse degli studenti di ingegneria cvile. 

giovedì 2 aprile 2015

Fred non aveva molto da fare quella sera, decise così di farsi una doccia, cambiarsi ed uscire di casa. Indossò senza farci molto caso i primi indumenti che trovò nell’armadio, si mise un paio di scarpe comode, il giubbotto e si diresse verso il centro città in auto. Poco prima di svoltare per il parcheggio dovette rallentare per far passare un uomo che stava attraversando la strada, con una manovra unica posizionò l’auto al posto di un’altra che se n’era appena andata, spense il motore, diede una sistemata ad alcuni oggetti appoggiati sul sedile a fianco al suo e scese dall’auto. Con il braccio chiuse la portiera e con un gesto istintivo schiacciò il pulsante della chiave chiudendo le serrature; s’incammino così verso il vicolo che collegava il parcheggio al centro città.
Arrivato all’incrocio in fondo al vicolo, si accorse che pochi passi prima aveva notato una ragazza mora, con i capelli lisci, che serviva al bancone di un bar. Tornò indietro e s’affacciò senza farsi notare.